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Documento di Pianismo I

Schumann e la sonata "narrativa"

Trascrizione dalla conferenza-concerto dell'8 Marzo 2009
Palazzo Ducale, Martina Franca (TA)


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"Schumann ha voluto
riprodurre in musica
quello che leggeva:
non tanto
il contenuto quanto la struttura
narrativa e l’estetica,
la strategia di
comunicazione
all’interno dello stile
di Jean Paul Richter"

 




"Caplin dimostra
che c'è un senso di direzione
nella forma-sonata"

"Il mistero di Scarlatti
è proprio questo modo di
concepire il dipanarsi della musica"

"Questi studi possono dimostrare quanto sia fondamentale ascoltare e riascoltare la musica tenendo conto di non considerarla una struttura, ma piuttosto un percorso".









































"La musica strumentale italiana ha questa particolarità: procedere per immagini definite"
"Schumann vuole questo, una sonata che narri, che racconti, che in qualche modo illustri un percorso"







"La cosa molto singolare di questo periodo è che lui scrive tre sonate, tutte scritte sul nome di Clara"






"...Un circolo ermeneutico, un club esteso che appiattisce le dimensioni del presente, del passato, e conosce compositori, autori, poeti, a duemila anni di distanza, epici, contemporanei... in virtù di un mondo di significati"



















































































































































































"Tutti usano la stessa pratica, quando compongono in Fa minore, e la cosa sbalorditiva è che tutti scrivono Allegro Appassionato"




























"Non ci accorgiamo assolutamente quando finisce un tema e inizia l’altro tema, l’altra melodia, cioè quando la struttura viene rispettata in pieno, perché la sua attenzione si focalizza, e lo diceva il grande esteta Roland Barthes, sull’intermezzo".

 

 

 




"Si crea un clima di tensione e distensione, di aspettative. Ogni accordo vuole preannunciare qualcosa che sta per succedere"






























"Non si può seguire Schumann, la sua forma, con un canovaccio, cioè con la prescrizione della forma-sonata"












"Il monomito è una percezione soggettiva della struttura narrativa"





"...L'importanza del senso del ritorno in musica"



 

 









Le sonate diRobert e Clara Robert Schumann hanno avuto una fortuna variabile, perché talvolta l’opinione ricevuta riesce ad avere il sopravvento sul nostro giudizio. Schumann è stato sempre conosciuto come compositore dello stile fantasioso, lo stile della fantasia, un modo di comporre e concepire una struttura in musica che non è soltanto poetica, estetica e stile. Schumann è cresciuto in un ambiente di piccola editoria, il padre era qualcosa a metà tra tipografo e piccolo editore, quindi Schumann letteralmente nuotava fra i libri... e uno scrittore, per gli amici Jean Paul, per la cronaca Jean Paul Richter, ha avuto una fortissima influenza su questo giovane compositore. Schumann ha voluto riprodurre in musica quello che leggeva: non tanto il contenuto narrativo, quanto la struttura narrativa e l’estetica, la strategia di comunicazione all’interno dello stile di Jean Paul Richter. Quando un musicista fa questo chiaramente non può attenersi a degli schemi e la “sonata”, la “forma-sonata”, per un compositore come Schumann, che vuole vivere la letteratura nella musica, è una… divisa, uno scafandro. Uno studioso, William Caplin, ha scritto un libro sulla forma classica, sulla forma-sonata [Classical Form]. Questo libro dimostra la complessità della consequenzialità della successione di eventi, di quello che succede in musica, dopo ricerche fatte su quei compositori che hanno cristallizzato la forma della sonata, i compositori della prima grande scuola classica viennese, cioè Haydn, Mozart, Beethoven.

Insomma, in pochi secondi di musica, in poche battute, le variabili sono molteplici, Caplin dimostra che c’è un senso di direzione nella forma sonata, “sto per andare lì”, ma che accomuna non solo forme e compositori diversi, ma anche, possiamo dire oggi, strutture della coscienza. Noi, come pubblico contemporaneo, non dobbiamo pensare che la sonata sia uno stereotipo impostosi. Caplin dimostra che in pochi secondi di musica ci sono delle variabili, dei bivi, però certamente il mistero è questo: si tende sempre a tornare all’origine del percorso, cioè si ha una struttura a “palindromo”. Su questo possiamo riflettere. Non è mia intenzione tirare per i capelli sceneggiatura cinematografica, letteratura epica, forma sonata o quant’altro, ma di fatto la necessità sempre di far ritorno ad un elemento iniziale è nella forma sonata fondamentale. Tutto ciò che è contenuto e realizzato in questo libro è stato scritto (per essere precisissimo  quasi tutto) prima che si usasse il termine “Sonatenform”, prima che fosse stato scritto un trattato “prescrittivo” che non solo decodifica quello che è stato fatto, ma vuole codificare un modo di procedere. Quando Bernhard Marx, musicologo tedesco, scrisse questo trattato sulla forma sonata, era già il 1845, tutte le sonate di Clementi erano state scritte, quelle di Haydn, Mozart, etc. insomma, la forma sonata si era già abbastanza cristallizzata. Io farò vari esempi al pianoforte, per cercare di capire insieme a voi come mai la composizione italiana, il modo di formare struttura e musica in Italia, cioè le prime sonate, le prime “pre-sonate”, questo modo di strutturare il pensiero e la scarlatticoscienza in musica e il suo divenire sia stato così influente sulla mente di compositori che poi hanno adottato quello che viene definito in musicologia lo stile germanico [German manner] o “la maniera germanica”, prima ancora di mostrare perché la forma sonata viene strutturata in questo modo.

Ecco, questa è una sonata di Domenico Scarlatti, figura (vedremo in un “Documento di Pianismo” dedicato a Scarlatti) davvero misteriosa; quando non si ha un singolo autografo di un compositore, sorgono molti dubbi non solo sull’autenticità di ciò che viene copiato da copisti (conoscevano Scarlatti? Come lo conoscevano? Hanno copiato dalle copie, o hanno copiato dai manoscritti? I manoscritti ci sono? Etc. etc.).

A parte questo, il mistero di Scarlatti è proprio questo modo di concepire il dipanarsi della musica. Dopo un primo elemento iniziale

che viene, si dice in gergo, “imitato” dalla mano sinistra

io continuo con qualcosa di simile a quello che ho già suonato, cioè composto,

ho iniziato in questo modo

e continuo

imito con la mano sinistra

e poi sviluppo una nuova idea. La nuova idea è questa,

introdotta con questo stilema.

Adesso, questo stilema mi ha suggerito un’idea che è semi-nuova, in realtà era stata quasi abbozzata all’inizio,

ed ecco il suo sviluppo,

in un punto cruciale che un noto studioso di Scarlatti, Ralph Kirkpatrick, chiama appunto “crux”.

Questo è il modo in cui le prime sonate italiane (e Scarlatti è per metà italiano, per metà iberico nel suo modo di concepire la musica strumentale), hanno avuto una grossa influenza sul modo di concepire la sonata perché, per poter in musica usare il termine “struttura”, oggi, dobbiamo essere piuttosto cauti. La struttura viene vissuta avendo dominio del tempo, cioè io posso valutare la struttura di questo ambiente [la sala in cui si svolge la conferenza], e prendermi il mio tempo, la vedo orizzontalmente, verticalmente; ma la musica per definizione si sviluppa solo in una direzione, chiamiamola una direzione orizzontale, il tempo che scorre. Riguardo agli studi, le ricerche sul modo in cui viene percepita la musica, citerei Michel Imberty, che addirittura arriva a considerare la musica come un espediente per trattenere la paura dell’ultima fatalità. Forse questi studi possono dimostrare quanto sia fondamentale ascoltare e riascoltare la musica tenendo conto di questo, cioè di non considerarla una struttura, ma piuttosto come un percorso. Ebbene, con questo modo di procedere, e cioè questa “consecutio”, ecco, a me viene da pensare...

Recentemente ho usato un paragone piuttosto ardito, in occasione di un articolo su Scarlatti: io vivo a Roma e quando percorro la “passeggiata archeologica”, vado ai Fori Imperiali, mi avvicino a Piazza Venezia, vedo la Colonna Traiana, colonna traianache è molto studiata, vedo proprio una storia narrata per “camei”, per icone, è l’iconografia di una narrazione, sembra proprio una sonata italiana del settecento, sembra una sonata di Scarlatti.  La musica strumentale italiana ha questa particolarità: procedere per immagini definite. Uno studioso che ha lavorato all’Università di Cambridge, Dean Sutcliffe, è stato molto intelligente a scoprire queste misteriose pratiche, ed un suo allievo, Chris Willis, la chiama “immagine iconica” di qualcosa che si è appena esperito e che continua a vivere dentro di noi. Schumann vuole questo, una sonata che narri, che racconti, che in qualche modo illustri un percorso. Come fa a fare questo, un compositore, più tedesco di così... in Sassonia, con il culto e il mito di Bach, della musica quasi indipendente dall’uomo, cioè musica indipendente dalla coscienza perché è così autonoma, così organica che non vuole rappresentare tanto l’uomo, vuole piuttosto rappresentare se stessa. La musica di Bach è la forma d’arte musicale più tautologica che si possa immaginare. Ebbene, ci sono degli espedienti e sono questi espedienti tecnici, soprattutto di Schumann, e lo posso proprio dire, soprattutto di Schumann e di Brahms che io vi voglio illustrare. Ho una bellissima e rarissima pubblicazione: “I principi dell’espressione nel pianismo” [di Adolph Christiani] veramente molto, molto elaborata: spiega la nascita dell’espressione pianistica nell’Ottocento, come si suona l’accento, perché lo si suona, etc. tutto molto legato all’origine della struttura musicale. Ecco, in questa pubblicazione vengono citati degli esempi estratti da un altro trattato sul “thematische arbeit” [di Johannes Lobe], questa tecnica schumanniana e brahmsiana di utilizzare spesso, se non sempre (non sempre si può), lo stesso materiale. Non come fa Scarlatti, che procede orizzontalmente, cioè imitando se stesso e facendo pensare un po’ indietro, ma sempre lo stesso materiale. È divertente vedere quante sono le possibilità  di manipolare una melodia. Queste sono le categorie che appartengono ai modi più semplici di trasformazione del suono.

La melodia, guarda caso, è di Schumann, ed è molto nota

Un tema io posso trasportarlo, spostarlo, capirete subito

posso accorciare gli intervalli, è un po’ più angusta la melodia,

posso allargarla, la melodia,

oppure la inverto, faccio un gioco speculare

Vediamo ora i modi di trasformazione del ritmo. Posso allargare

oppure comprimere,

oppure lo tronco,

oppure, la seconda parte della melodia

o lo allungo

(gli amanti di Verdi probabilmente accusano Wagner di essere un grande prolungatore di melodie...) Cos’altro posso fare? Posso allungarlo però aggiungendo dei nuovi nessi melodici

Oppure lo trasformo, vario tutto ma il tema è sempre quello

Non posso andare avanti per le centinaia di combinazioni, ora... Sto parlando di variazioni di melodia e variazioni del ritmo, una alla volta, ma quando si combinano fra di loro cosa succede? Ecco, trasformazione melodica e ritmica, due modalità combinate

Oppure spostato

Insomma, vado avanti suonando esempi, riconoscerete sempre lo stesso tema

Sono tante le varianti, quanti numeri raggiungiamo?…sono al numero 85 (ma si ampliano con l’aggiunta di combinazioni). Un tema può essere diminuito, troncato, allungato e con una coda finale. Questo è il “thematische arbeit”, cioè lo sviluppo tematico, l’elaborazione del tema.

Ed ora vediamo come si mette insieme la pratica italiana scarlattiana, di procedere per immagini, che sono memori dell’immagine precedente, ma avere sempre un ordito musicale molto compatto. Ecco perché Schumann, nonostante le sue fatiche ad affermarsi, quasi stroncato dal grande Hanslick, piace molto ai nuovi, ai moderni, intendo quelli che a Vienna all'inizio del '900 hanno in qualche modo avvalorato delle pratiche che ritenevano tradizionali, inventando un processo di utilizzo dei dodici suoni che qualcuno ha chiamato dodecafonia, ma che oltre ad essere un processo di dodici suoni, è il tentativo, a volte più riuscito di altre, di non lasciare nulla al caso, cioè di avere quella stessa poetica bachiana di una musica assolutamente autonoma, ovviamente senza lasciarsi trascinare dal pericolo dei futuristi di una scrittura automatica, una scrittura che si auto-genera. Però, questo modo di concepire la musica in forma di propagazione vegetativa, è molto importante per la “maniera germanica”.

In questo periodo, che va dal 1832 al 1836, Robert Schumann vive un periodo molto tormentato con Clara: lui era già un compositore maturo, lei poco più che una bambina; il padre di lei, che era stato anche insegnante di lui, si opponeva a questa relazione, non possiamo dire esattamente perché, erano altri tempi, però possiamo Claracapirne le ansie, almeno in parte: cosa succede quando una pianista di quel talento si sposa, in Sassonia, nell’Ottocento? Lascia tutto e sta vicino al marito, ed è successo più o meno questo: diciamo che oggi conosciamo molto più Robert di Clara. Ma la cosa molto singolare di questa relazione, e di questo periodo in cui Schumann scrive le tre sonate (è difficile usare una numerica per le tre sonate di Schumann, io seguo la numerazione in base al numero dell’opera, il numero d’opera in musica è l’opus, quello che si dà al momento della pubblicazione, ma non della composizione) è che lui scrive tre sonate, ma sono tutte  scritte sul "nome" di Clara. In particolare quella che eseguirò questa sera, la Sonata in Fa Diesis minore Op. 11, Schumann lo dichiara, è quella in cui “il tuo nome” compare, come diremmo oggi, “in tutte le salse”. In verità, il nome di Clara, dichiaratamente tale, Schumann lo usa nella sonata in Fa minore Op. 14, ovviamente presente nel prodotto discografico abbinato al Documento di questa sera, ed è proprio un Andantino, che lui chiama “Andantino di Clara Wieck”. Questo è il tema, riconoscerete questo suo profilo melodico discendente


in una sonata, nella tonalità di Fa minore, di cui vi illustrerò anche delle inquietanti peculiarità. È un tema discendente. I temi discendenti nella lettura musicale possono avere un carattere spesso epico.

Wagner, l’anello dei Nibelunghi: il tema ricorrente, il motivo conduttore del patto tra Odino e gli uomini. Ecco il tema

odino











Chi conosce la sonata di Liszt ha riconosciuto subito quel


Questa discesa…insomma sembra davvero una [immaginaria] sonata di Wagner, almeno in questo punto. E come introduce allora Schumann questo tema? Allo stesso modo, ma ancora Wagner non aveva scritto “l’anello dei Nibelunghi”, ancora non era stata composta la sonata di Liszt. Perché succedono queste cose? Nella critica letteraria questi collegamenti, soprattutto quelli che si trovano ad esempio nell’Ulisse di Joyce, sono chiamati “collegamenti intertestuali”, se riguardano componimenti, opere contemporanee, oppure riferimenti che si estendono a quello che sempre nella critica letteraria viene chiamato un “circolo ermeneutico”, un circolo di amici possiamo dire, un "club" esteso che appiattisce le dimensioni del presente, del passato, e conosce compositori, autori, poeti, a duemila anni di distanza, epici, contemporanei... in virtù di un mondo-di-significati. La cosa molto singolare, quindi, è che questa tonalità, Fa minore, non molto usata prima di Beethoven, porta sempre con sé delle peculiarità. Come dà inizio alla sonata, Schumann? Un po’ alla Wagner, introduce il tema di Clara



Mi sono fermato qui, l’ho fatto apposta, perchè segue un
accordo molto idiosincratico. In una sonata di Muzio Clementi, il cui ultimo movimento recita

(si pensa che Beethoven prendesse molto in prestito i temi di Clementi,

Beethoven amava molto Clementi, possedeva tutte le sue opere pianistiche, incredibile vedere come nella “Tempesta” ci sono dei passaggi tratti dall’Op. 31 di Clementi, che poi - e la cosa ci "spaventa" - hanno anche lo stesso numero d’opera, che è del tutto causale - il numero d’opus viene dato al momento della pubblicazione), guardate che cosa strana, Beethoven scrive una sonata in Fa minore, la famosa “Appassionata”, che ha delle peculiarità ricorrenti nelle composizioni per pianoforte del periodo romantico, in Fa minore. Heinrich Schenker, questo “folle” analista oggi molto amato dagli... schenkeriani, diceva che questo RE bemolle che compare nel primo movimento su un trillo bisogna suonarlo piuttosto forte, perché lo vogliamo ricordare fino alla sua ri-occorrenza,

Oggi diremmo che ha un effetto subliminale; io sinceramente ho suonato questa sonata, ma non ho mai pensato che quel RE bemolle mi sarebbe rimasto nell’orecchio fino al successivo. Però in effetti nell’ultimo movimento c’è molta enfasi sul RE bemolle,

c’è sempre questo tema delineato, che è una reiterazione ossessiva

del quinto e sesto grado, DO e RE bemolle. Io adesso suono di nuovo l’introduzione della sonata di Schumann in FA minore, così come lui l’ha concepita nella versione che oggi noi chiamiamo originale (non sapeva, lui, di aver scritto una versione originale, ha dovuto correggere quel RE bemolle, toglierlo, perché era un po’ troppo ardito, ma forse non sapeva che qualcuno avrebbe riconosciuto in quel RE bemolle il RE bemolle di Beethoven, e quello di Rachmaninoff, e di Liszt. Tutti usano la stessa pratica, quando compongono in FA minore, e la cosa sbalorditiva è che tutti scrivono “allegro appassionato”.

Questo era il tema, l’inciso di uno Studio Trascendentale di Liszt [No. 10]. Questo studio è l’unico a non avere veramente un titolo, prende il titolo dall’indicazione espressiva del tempo “Allegro appassionato”. Vediamo questo altro “allegro appassionato” di Rachmaninoff, in FA minore, [Op. 32 No. 6] ma è più che una coincidenza

E questo diventerà l’ostinato del preludio

Sto rendendo l’esecuzione un po’ una caricatura di se stessa, per dare enfasi a quel RE bemolle legato al DO e al SI che è ossessivo

Ci possiamo divertire a trovare i RE bemolle, ma è proprio il carattere di “appassionato” che è inquietante, e quando in questa sonata Schumann scrive in un secondo momento uno scherzo, il tema non è più così

ma

RE bemolle

ecc, ecc. Ora, a questo punto se vogliamo credere, e Busoni certamente ci credeva, alle citazioni, le citazioni d’autore, un circolo ermeneutico nella musica che unisce compositori lontani fra loro per epoca, certamente dobbiamo, per una questione di ricerca di metodica musicologica scientifica, trovare gli esempi, e gli esempi sono tanti.

Questo, quindi, il nome di Clara

o meglio, ogni melodia discendente, di quattro o più note

significa “Clara, sto pensando a te”

Quando lui dice a Clara “ho scritto una sonata col tuo nome…in tutte le salse”, intende proprio questo: “uso sempre delle melodie discendenti”. Però, dopo questa piccola lezione sulla tecnica di elaborazione della melodia, vediamo come lo fa: è geniale, deve uscire fuori una sonata così compatta, così precisa in cui noi ascoltatori contemporanei riusciamo a trovare l’origine progettuale di ogni nota, come se la sonata si potesse scrivere da sola, ma in realtà, essendo in forma di fantasia, cioè non rispettando esattamente la struttura, non dovrebbe... eppure lui ci riesce. E allora dov’è il pregio e la critica a Schumann come compositore di forme fantasiose e non di sonate? Sarà forse che lui l’ha capita bene la sonata, perché la sonata è una narrativa, è narrante, è un percorso, è una storia.

Schumann, nel primo movimento della sonata in FA diesis minore, incorpora una composizione di Clara, Scena fantastica, balletto dei revenantes, che nella tradizione protestante sarebbero forse non è il caso di dire… redivivi, zombie, piuttosto dei morti che hanno lasciato qualcosa di insoluto e incompiuto in vita e riappaiono di notte. Ed è questo il balletto dei morti di Clara.

Quanto è diverso questo tema da quello che lui riutilizza nella sonata, che aveva già composto quando aveva diciotto anni e aveva “dedicato” ad Anna, perché era nel testo [An Anna].

Come fa a mettere insieme questi due temi? C’è un momento davvero spettacolare, in cui la sonata si ferma, e torna il tema di Clara, e ora ve lo illustro: questa è l’introduzione lenta

suono volutamente più lentamente il tema di Clara, cioè scritto da lei, e poi entra il tema che aveva già scritto a diciotto anni

quindi comincia la vera e propria sonata, utilizzando

questo intervallo in inversione di contrappunto all’ottava, per fare un inciso,

che è martellante, ossessivo

ecco il tema della sonata. È concepito in maniera tale che se io lo suono al contrario,

la sua riconoscibilità resta più o meno intatta. Era Busoni a dire, infatti: “quando elaborate i temi, invertiteli, non  retrogradateli"; guardate che termine usava Busoni per fare un esempio: “se uso il termine ORGANISMUS al contrario, SUMSINAGRO, a chi viene in mente che io sto dicendo ORGANISMUS al contrario? Piuttosto, rovesciatelo”, e questo si usa anche nei messaggi di comunicazione pubblicitaria, si può rovesciare una cosa, ma metterla orizzontalmente allo specchio non è proprio la stessa cosa. Questo tema di Schumann funziona perché la sua retrogradazione

è già inerente al tema stesso. Ed ecco, dovreste riuscire a riconoscere la comparsa del “balletto dei morti”, chiamiamolo così, che ha scritto Clara, dalla melodia An Anna, che poi comparirà nell’Aria. Io suono ora gran parte del primo movimento commentando e aspettando con ansia che poi si assolvano tutti quei requisiti della forma-sonata e (questa la vittoria di Schumann) non ci accorgiamo assolutamente quando finisce un tema e inizia l’altro tema, l’altra melodia, cioè quando la struttura viene rispettata in pieno, perché la sua attenzione si focalizza, e lo diceva il grande esteta Roland Barthes, sull’intermezzo, cioè sulla transizione “da… a…”

Imita la sinistra

Questa è la presentazione del tema, che qui attraversa la fase continuativa

e poi riprende. Dovremmo arrivare, tra massimo trenta secondi, al secondo tema, e non arriva, solito motivo saltellante che ora si accavalla a quello del tema

Sviluppo, come in Scarlatti, di un’idea dalla coda dell’idea precedente


Rispettando sempre il ritmo anapestico, ossessivo


E poi arriva una cosa che è completamente inspiegabile sotto il profilo dell’analisi formale,


però è necessaria, perché lui vuole dire “Clara, in questo momento penso a te”, e c’è il tema discendente


Di nuovo il tema iniziale,
retrogradato, ma invertito e quindi riconoscibile


Insomma, quando arriva il secondo tema


Eccolo. Compare alla sinistra


e finalmente è l’entrata ufficiale del secondo tema, che è di nuovo un tema discendente, perché parla di Clara

Se si vuole riconoscere la forma-sonata qui, si hanno difficoltà. Concedetemi di illustrare, siccome parliamo di percorsi narrativi, di spazio e di tempo, questa metafora spazio-tempo in musica perché, se io mi muovo in avanti, mi allontano, mi avvicino, perché diciamo così se in fondo non si copre uno spazio, si ha soltanto un’evoluzione di eventi, un dipanarsi del tempo. Da un accordo iniziale,

io mi posso allontanare di un passo,

torno indietro,

se mi allontano di due passi faccio questo

e poi torno indietro

tre passi

E torno indietro

Continuo

E torno indietro

Stavolta mi allontano tanto

E torno indietro

Cioè, si crea un clima di tensione e distensione, di aspettative, che è ciò a cui noi interpreti dobbiamo stare molto attenti: ogni accordo deve avere non solo il suo colore, che non è un colore “cosmetico”, ma vuole preannunciare qualcosa che sta per succedere, tensione e distensione soprattutto.

Nell’utilizzo della successione delle armonie, Schumann, siccome si ispirava alla poetica di Jean Paul, con questa interazione così diretta, così soggettiva con gli oggetti dell’esistenza giornaliera, non usa le successioni accordali canoniche, che indicano che siamo in una forma sonata, perché si allontana troppo facilmente. Quando ascolterete la sonata in FA diesis minore, vi troverete a chiedervi “ma ora dove mi trovo?”, ecco, questo ve lo dice l’armonia che segue subito dopo. Cioè, non si può seguire Schumann, la sua forma, con un canovaccio, cioè con la prescrizione della forma-sonata.

Tuttavia c’è una curiosità che, in quanto tale, potrebbe riguardare il fruitore contemporaneo. Vorrei parlarvi del “monomito” [monomith]: è una percezione soggettiva della struttura narrativa: il “monomito” è la descrizione di un modello narrativo, così come descrive lo strutturalista Joseph Campbell, studioso di James Joyce, che scrisse un libro molto influente, L’eroe dai mille volti, nel 1949. Prese in prestito questo termine, “monomyth” da "Finnegans wake", “La veglia di Finnegan” di James Joyce. Questa è la conclusione di Campbell: “E’ la struttura che accomuna importanti miti millenari da varie parti del mondo. Questa struttura prevede una serie di eventi e situazioni che si susseguono nel racconto mitico o eroico”. Pensiamo alle sceneggiature contemporanee o ai miti classici. “Si comincia così. Una chiamata all’avventura che l’eroe accetta o declina (questa è l’esposizione della sonata), un percorso di prove che l’eroe supera o fallisce, il raggiungimento di una meta o ricompensa. Tutto ciò conduce ad una maggiore conoscenza di sé”. Non è esattamente la tesi, antitesi e sintesi hegeliane, è proprio una forma di alienazione che è costruttiva, e non porta ad una terza idea, ma porta all’idea originaria, e poi un ritorno al mondo ordinario - chiedetelo ai lavoratori italiani, che vanno all’estero, e hanno tanta nostalgia dell’Italia e poi tornano qui e la trovano diversa, più bella probabilmente (o forse no?) - . “Applicazione della ricompensa che permette di mettere ad uso un miglioramento del mondo, ciò che l’eroe ha acquisito”. Ma questo è stato molto influente, il paradigma quindi è quello di un tale Syd Field, è stata la sua articolazione dell’ideale struttura in tre atti. Andiamo a rivederci i film così, tenendo in mente una forma-sonata spettacolare, come quella della sonata “narrativa” di Schumann. In questa struttura un film deve iniziare con una mezz’ora circa di “set up”, si dice in gergo, di preparazione, “l’informazione utile dopo, prima che il protagonista esperisca un punto di svolta che gli dà ciò che cerca. A circa metà durata emerge l’impegno del protagonista nel portare a termine il suo compito: questo è il periodo del confronto”, e poi, a pag. 60 del testo della sceneggiatura circa, c’è questo confronto che comporta un punto di svolta più sottile con spesso un apparentemente devastante rovescio della fortuna del protagonista.

Io posso andare avanti molto a lungo, ma non voglio forzare una sovrapposizione fra sceneggiatura e forma-sonata,  piuttosto l’importanza del senso del "ritorno" in musica. Queste sonate, in particolare la sonata che sto per eseguire, sono nate da una relazione d’amore, che non si è consumata subito nella frequentazione, ma si è svolta in un modo "terzo", un mondo che entrambi amavano, ed è la musica. C’è una relazione che li univa in virtù di un amore comune e li faceva pensare l’uno all’altra in musica.


Sonata op. 11 in FA diesis minore

1° movimento – Allegro vivace, introdotto da un poco adagio

Il 2° movimento è un’aria

Il 3° è uno Scherzo prestissimo, con all’interno un intermezzo molto strano in cui qualcuno riconoscerà il recitativo del movimento lento della sonata in FA diesis minore (che coincidenza, stessa tonalità) di Schubert, stesse circostanze, stesso recitativo, a volte si riconoscono proprio le forme.

Per concludere, l’Allegro quasi maestoso.


© 2009, Carlo Grante




Bibliografia


- Christiani, A. F., The principles of expression in pianoforte playing, Harper and brothers publishers, New York and London, 1902;

- Kaplin, W.E., Classical Form. A theory of formal functions for the instrumental music of Haydn, Mozart and Beethoven, Oxford University Press, 2000;

- Kirkpatrick, R., Domenico Scarlatti, Princeton University Press, 1983;

- Willis, C., Performance, Narrativity, Improvisation and Theatricality in the Keyboard Sonatas of Domenico Scarlatti, Dissertation submitted for the degree of Doctor of Philosophy, Clare College, Cambridge, 2007;

- Lobe, J.C., Lehrbuch der musikalischen Komposition, Druck und Verlag von Breitkopf und Hartel, Leipzig, 1867;

- Campbell, J., The hero with a thousand faces, Pantheon Books, New York, 1949.


Accedi a:



Presentazione del CD: Robert Schumann, le tre sonate per pianoforte
Carlo Grante

Music & Arts CD 1220 (2008), registrato nella Sala Santa Cecilia del Parco della Musica di Roma.


La presentazione del CD è arricchita con collegamenti intertestuali a pagine web con testi, video, immagini, voci di glossario.
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Le conferenze-concerto di Documenti di Pianismo  si svolgono a Martina Franca, Palazzo Ducale.











La Sala Consiliare del Palazzo Ducale di Martina Franca (Ta), dove si è svolta la Conferenza-Concerto Schumann e la sonata "narrativa".


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